Inadeguatezza a fronteggiare i nuovi tempi e il tramonto degli ideali? L’esempio di Miguel de Cervantes

I tempi moderni spesso portano cambiamenti e con essi inadeguatezza a fronteggiarli. Già in epoche passate i letterati, a modo loro, tentavano di dare una risposta a queste incognite e a questi sensi di incertezza. Tra i più conosciuti spicca Miguel de Cervantes, scrittore che con il suo famigerato Don Chisciotte mescola vari generi per farci cogliere il disagio di vivere, distillato con sapiente ironia.

La prima uscita dell’opera avvenne nel 1605 con il titolo “El Ingegnoso Hidalgo Don Quijote de la Mancha”.

Dieci anni dopo l’autore Miguel De Cervantes Saavedra ne fece pubblicare il seguito intitolato “Segunda parte del ingegnoso caballero Don Quijote de la Mancha”. Non si può riportare in qualche pagina ciò che, a riguardo, saggisti del calibro di Mario Socrate hanno scritto in interi tomi, ma è possibile far emergere dei punti di analisi allo scopo di educare ad affrontare i testi nel debito criterio e a confrontarli con la vita quotidiana. E’ chiaro che Cervantes voleva offrire un prodotto letterario che rappresentasse la rinascita dalle proprie ceneri di un genere appartenuto al medioevo e in quanto tale con qualche geniale rinnovamento. Di qui la natura satirica, comica, che finì per costituire il Don Quijote.

Il suo aspetto parodistico è però qualcosa di più complesso che una semplice innovazione apportata al genere cavalleresco cui apparterrebbe l’opera sotto alcuni aspetti, infatti elemento cardine è proprio la disapprovazione dell’autore per i romanzi di quel genere che tanto avevano dilettato il pubblico fino quasi al secolo precedente. Per Cervantes è insopportabile l’ignoranza della norma aristotelica secondo la quale una rappresentazione sarebbe credibile e razionale se la si fa avvenire in un unico luogo, in un certo arco di tempo limitato e in un’unica grande azione che muove tutta l’opera.

Ciò che però spinge Cervantes a porsi in contrapposizione è la follia dell’affidarsi ai modelli letterari per affrontare le circostanze della vita. Ecco dunque che il personaggio principale inizia ad essere compreso nella sua stravagante pretesa di imporre linguaggi, costumi, usanze e credenze, una realtà che nella pratica non è mai stata vissuta, regolata da parametri idealisti di opere come quelle relative ai caalieri della tavola rotonda.

Nel Quijote l’aspirante paladino è fermamente convinto che può trasporre il mondo cavalleresco, di cui è molto erudito, con quello in cui vive, quindi il suo girovagare per le terre è proprio una ricerca di contesti che gli consentano un aggancio a tale universo. Questo avviene nel momento in cui immagina che un gruppo di frati altri non siano che nemici con cui giostrare (sfidare a singolar tenzone); oppure dei mulini a vento dei mitologici giganti con cento braccia etc.

Il passaggio successivo è quello di rendere i personaggi partecipi, anche contro volontà, della sua immaginazione concretizzata, causando in loro le più svariate reazioni come rabbia, incredulità, divertimento, malizia, etc.

Queste ultime danno una tinta drammatica alla tendenza comica delle sue avventure, come se si ricordasse ogni volta che l’immaginazione vada controllata come ogni aspetto della vita con l’immancabile dose di raziocinio. Lo stesso concetto è sotteso nel rapporto tra Sancho Panza e Quijote. Il primo è un personaggio semplice, piuttosto ignorante, ma acuto e forte di quella pragmatica saviezza popolare; il secondo è invece colto e con un’intelligenza lucida ad intermittenza.

Ciò vuol dire che la follia di Quijote è ancorata all’aspetto del suo desiderio di vivere un romanzo cavalleresco, non a tutto come si potrebbe inizialmente credere.

Sancho nella sua semplicità diventa più un curioso complice ingannato dall’intento immaginifico che un ingenuo seguace, il tutto nella speranza disperata di trarre dei frutti dal progetto di un uomo conosciuto per le caratteristiche sopraddette.

Anche se nel secondo libro sarà Sancho ad ingannare Quijote nel fomentare la follia di quest’ultimo, rimane il concetto che non c’è condizione intellettuale o sociale che possa permettere di distanziarsi dalla ratio.

Nel secondo, oltre a Sancho, anche l’aspirante paladino evolve, ovvero si ritrova ad avere delle visioni realistiche di ciò che lo circonda e a dover ricorrere a degli espedienti per non impazzire di fronte alla traumatica disillusione; nell’incontro con Dulcinea, tutt’altro che rientrante nei canoni della elevata dama di corte idealizzata nella sua mente, si convince che essa sia per un incanto malefico non responsabile della sua trivialità e rozzezza. Dunque ancora più pressante si fa l’intimazione pedagogica che in questo caso ha il valore di non ignorare l’osservazione razionale della verità.

Cervantes riserva però un passo ulteriore a tale messaggio durante e alla fine del secondo libro. In questa parte infatti oltre a comparire scenari e personaggi che ricordano vagamente quelli romanzeschi, come il Cavaliere del bosco e il Duca con la moglie, proprio questi ultimi sono tra coloro che partecipano alla concretizzazione dell’immaginazione di Quijote. Sono in molti a conoscerlo, averne letto e ad ammirarlo, ad esserne attratti. E’ quasi un essere attirati da qualcuno che riporta alla mente qualcosa di perso per strada.

Ebbene è reso evidente come Quijote abbia fallito nel voler trasporre un mondo immaginario a quello reale, ma sia riuscito a convincere persone che la vita non è un teatro dominabile, ma come esso è organizzabile e condizionabile. Sancho e il Duca diventano infatti i due maggiori ingannatori del protagonista adoperandosi per provocare e alimentare la sua fantasia, consapevoli solo in parte di ciò che vanno cercando con quel comportamento.

Cervantes chiude i due volumi con la morte di Quijote, segnando dei traguardi come il completamento del disegno di una società tra vizi e virtù (attraverso il caleidoscopico enumerarsi di vicende affrontate o richiamate); la chiusura del cerchio intorno alla storia in modo che non potesse essere ripresa, contro la pianificazione stessa; la riabilitazione parziale dell’illusione di Quijote come speranza per rendere la vita più vicina all’ideale umano, quasi il suo rinsavimento finale fosse una sconfitta.

Il prodotto letterario che ne consegue coniuga l’eccelsa dicotomia tra calcolo attento e controllo critico tipica di un romanticismo al tramonto e la dialettica, l’ intuizione geniale e libera invenzione proprio di un barocco alle porte, elementi che consegneranno alla storia, nel loro insieme, un’opera pressoché eterna.

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