Un mondo dominato da una natura incontaminata in grado di risolvere una crisi energetica terrestre: Avatar, utopia del 2154?
TRAMA: Jake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l’atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati’ dall’umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. È soprattutto un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra su cui la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia. Uomini d’affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta. C’è però un problema: gli indigeni Na’vi non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare. Il compito iniziale dell’avatar di Jake sarà quello di conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all’interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli. Jake conosce così Neytiri, una guerriera Na’vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell’impresa cambia. (Tratta da www.mymovies.it)
Avatar è stato un film atteso che ha sbancato i botteghini, impressionato spettatori e scalato le classifiche cinematografiche. Al centro di molti dibattiti c’è, senza dubbio, il balzo in avanti sulla “rivoluzione del 3D” utilizzata per la pellicola. La nuova frontiera del digitale sfruttata al massimo scoperchia un orizzonte nuovo, una prelibatezza tecnologica formidabile che coinvolge senza precedenti. La grafica virtuale conquista pubblico e traguardi inaspettati: dalla minuziosa rappresentazione del pianeta Pandora, autentico microcosmo, ai dettagli estremamente caratterizzati degli indigeni che la abitano, il loro fisico, i loro movimenti e la loro vitalità. Avatar irrompe così, come impatto visivo puro, come pura sensazione e nutrimento per la vista; stimola l’immaginazione e sembra voler incoronare l’artificio a tramite privilegiato nel decifrare la realtà stessa, nei suoi risvolti e i suoi margini. Al tripudio tecnologico il film unisce però una storia che sa poco di originale, che recupera e rispolvera archetipi classici e clichè dei film d’azione americani, personaggi stereotipati e la solita storia d’amore. La pellicola non è in grado di coniugare e amalgamare innovazioni tecnologiche argute con una sceneggiatura altrettanto degna: carenze drammaturgiche e narrative sono ravvisabili in gran parte del film tramutandolo subito in poco più che uno spettacolo ad uso e consumo delle masse. Il regista James Cameron congegna vicende dai tratti elementari dove uno pseudo eroe di un occidente civilizzato cresce e matura grazie all’esperienza con una sorta di minoranza che si oppone violentemente al distacco da uno stato di natura. Il concept di Avatar è un assemblaggio di tanti pezzi di opere cinematografiche già viste, un puzzle poco autoriale dove la trama affianca perennemente citazioni sin troppo spudorate come ad esempio il romanticismo di Titanic, la tematica della penetrazione dell’uomo bianco in America alla Pocahontas o come L’ultimo dei Mohicani e Balla coi lupi, oltre ai chiari richiami tratti dal genere western targato anni Settanta. Cameron ha abilmente incastonato parti diverse, ma ha creato e inventato davvero poco. Forse le eccessive concentrazioni su forma e tecnica hanno penalizzato non indifferentemente i contenuti. In pratica, tutto è già stato raccontato, dal consueto conflitto eroe/antagonista al finale buono, positivo e scontato. L’iperstimolazione sensoriale del 3D cattura sì, ma rende seriamente tutto più realistico? Non sempre è così: nella ripetitività di forme e di simbiosi, nell’eccessivo ordine di una foresta perfetta e lucida aleggia lo spettro di un mondo artefatto che si spaccia per autentico. Il pianeta Pandora costituisce la metafora di un enorme essere vivente, luogo dove la popolazione indigena abitante, i Na’vi, mantiene ancora l’antico strettissimo legame con una natura idilliaca, fino all’arrivo dell’uomo che, con le sue guerre e la sua civiltà, insozza questo locus amoenus. Empatia ed emozioni sono assicurati, ma Avatar è anche una favola eco-ambientalista? In realtà pare che ciò sia uno strumento per approdare ad un livello ulteriore di analisi, a qualcosa di più profondo: forse il regista avrebbe dovuto sfruttare il 3D non solo come innovazione grafica e di sfondo, ma anche come elemento in grado di influenzare il piano semantico dell’opera. In definitiva, la tematica del ritorno alla stato di natura non è da ricercare intorno a noi, ma dentro di noi, facendo progredire la nostra coscienza etica e civile piuttosto che quella materiale, quella che ci sta precludendo di richiamare l’esperienza della Pandora che abbiamo già vissuto e che vorremmo rivivere in futuro, senza mediazioni, senza ausilio di strutture tecnologiche ingombranti, tornare insomma alla semplicità , alla ‘leggerezza’. Avatar usa la tecnologia come veicolo più adatto per questo viaggio di ritorno, ma fino a che punto in tale contesto, una linea di coerenza interpretativa può tener fede al messaggio evocato? L’ardua sentenza al 2154…
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